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La falanghina dei Campi Flegrei e la memoria storica che non c’è
Sabato 10 gennaio ho partecipato ad una “Formaggiata” presso la sala degustazione di Cantine Astroni. Potete trovare una descrizione dettagliata dell’evento sul sito di Luciano Pignataro a cura di Monica Piscitelli.
Quello che volevo sottolineare è l’incredibile tenuta del vino degustato, la sua acidità, la spiccata mineralità distintiva della falanghina campi flegrei era ancora facilmente individuabile anche tornando indietro negli anni fino al 2002. Stiamo parlando di un vino base, che nasce per essere consumato velocemente e che viene prodotto in un numero considerevole di bottiglie.
Non c’è che dire, ha ragione Angelo Di Costanzo, la mancanza di una “Memoria Storica“, di un’archivio liquido sotto forma di bottiglie non ci permette di capire le reali potenzialità a lungo termine di questi nostri vini bianchi, che pure hanno dalla loro una storia millenaria e i cui vitigni sono perdipiù su piede franco.
Finalmente Strione
Oggi ho avuto conferma dall’amico Gerardo Vernazzaro che per il secondo appuntamento de “i 5 vini” potremo mettere in menù lo Strione.
Poichè, come già sapete, domenica non ho partecipato alla presentazione di questo vino, vi allego un articolo scritto da chi invece è stato più previdente di me.
Dal sito di Luciano Pignataro – articolo di Monica Piscitelli
Numero 1117.
Quella che ho davanti è una delle 5750 bottiglie frutto del lavoro di studio e sperimentazione, di fatica, del giovane e simpatico enologo di Cantine degli Astroni. Poche e sudate.
Ultimo, in ordine cronologico, di quattro generazioni di vignaioli, Gerardo Vernazzaro ce ne ha fatto omaggio a conclusione dell’incontro che ha visto un gruppo di giornalisti, fra i quali Luciano Pignataro e rappresentanti dell’Ais della Campania, nella sua azienda domenica scorsa, in una giornata che minacciava pioggia e che è trascorsa nell’atmosfera rilassata del fuoriporta, ad un passo dalla congestione della città.
Di fronte a noi, Napoli, la problematica signora che si specchia eternamente spiata dal Vesuvio; e di qua, noi, affacciati al muro di recinzione dal quale un Carlo di Borbone a cavallo decise di far suo Astroni, pagandolo a caro prezzo, per farne la propria riserva di caccia. Un Eden dall’aspetto primordiale che conserva ancora oggi alcuni esemplari di farnie estinte altrove da un pezzo.
Con lo sguardo sulla sua vigna a picco sul sottostante cratere, con il suo giardino monumentale, come lo ha definito il direttore della Riserva Giuseppe Pugliese, Vernazzaro ha raccontato gli aneddoti e la storia che hanno portato allo Strione: dai suoi studi all’Università di Udine con il professor Roberto Zironi, presente all’iniziativa, all’intuizione di vinificare lasciando macerare le bucce della sua falanghina; al nome, infine, legato alla versione dialettale del nome del vulcano o alle leggende popolari che volevano in fondo al cratere si svolgessero riti magici d opera di stregoni. «‘E Striun», appunto.
Abbarbicata sulla cresta del vulcano estintosi 3800 anni fa, dopo aver sputato fuoco e fiamme per decine di migliaia di anni, l’azienda della famiglia Varchetta, fa vino dal 1890. C’è Piedirosso, Aglianico, Fiano, Greco, ma c’è soprattutto Falanghina. Un 80 per cento.
E di Falanghina flegrea in purezza, interpretata in modo nuovo, o meglio applicando le nuove tecnologie alle vecchie ricette del nonno, don Giovanni, è anche Strione. L’annata 2006 è la prima che entrerà in commercio a coronamento del lavoro degli ultimi quattro – cinque anni nei quali, incrementando progressivamente la durata della permanenza delle bucce, si è giunti a sostenerla per tutta la fermentazione, giocando su tempi e temperature.
Il risultato è una falanghina dal colore ipnotizzante: di un giallo oro estremamente luminoso, che si muove lentamente nel bicchiere evidenziano una buona complessità. Al naso propone una marcata florealità e qualche nota minerale, caratteristica che, in bocca, si fa prevalente rievocando la caratteristica vulcanica del suolo di provenienza e la tipicità rispetto al vitigno.
Un lieve tannino, dovuto al passaggio in tonneaux di cinque anni, che conferisce anche un’elegante e discreta nota vanigliata, insieme a una buona acidità, fanno pensare che lo Strione tra qualche mese si esprimerà ancora con accresciuta eleganza, stemperando le note che si presentano meno morbide al momento, ma che bene si possono smorzare con il giusto abbinamento al cibo.
Un pò come hanno fatto lo chef della azienda Antonio Cuccurullo e Francesco di Domenico del Mood di Napoli, che insieme hanno lavorato al menù studiato per la presentazione del vino. Personalmente penso a pasta con le zucchine o la zucca, a piatti di mare in bianco come un’orata o a una trota, un pò più grasse, accompagnate da purè; a una carne bianca o rossa di un animale giovane, o, infine, alla mozzarella del Salernitano.









