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Aquamadre di Cantine Rallo, un vino dolce e salato

con un commento

Ho provato questo vino per la prima volta il 16 maggio di quest’anno, durante la serata in compagnia di Giuseppe Pistone di Cantine Rallo. Ne sono rimasto favorevolmente colpito ed impressionato immaginandolo protagonista dei miei pomeriggi di riposo estivi, dove in dolce compagnia e disteso su di un amaca all’ombra di un pino mediterraneo, mi accompagnavo con uno (o più) bicchieri di questo nettare dolce e … salato.

Di seguito un bell’articolo su Aquamadre apparso sulla rivista Il Mio Vino a luglio 2007.

Fonte: Il Mio Vino – Luglio 2007

Un bianco di vento e di sale

Sapido, fresco, piacevolmente dolce, con una storia affascinante alle spalle e un nome curioso, Aquamadre. Lo produce la siciliana Rallo da uve raccolte nella minuscola isola di Mozia.

Mozia, o San Pantaleo come è chiamata nella cartografia ufficiale, è una minuscola isola che si trova nella laguna dello Stagnone, dieci chilometri a nord di Marsala, lungo la strada per Trapani. E’ una terra emersa e piatta di appena 43 ettari, con una strada sterrata, che le gira tutto intorno, di appena due chilometri e mezzo. La laguna che la circonda è bassa. Girandola in barca si vede sempre il fondo. La prospiciente terraferma, anche se il termine non è esatto perché pure la Sicilia è un’isola, è antica area di saline. Liquide miniere a cielo aperto che sono ancora in funzione e costituiscono ambita meta turistica.

Mozia, che dista solo qualche bracciata dalle saline, è visitata molto meno, perché è di proprietà della Fondazione privata dedicata a Joseph Whitaker, il mercante inglese che diede impulso al commercio del vino Marsala e che, alla fine del 1800, comprò tutta l’isola.

La Fondazione fa pagare un biglietto d’ingresso all’isola e, per di più, per arrivarci, bisogna prendere un traghetto, anche se la traversata dura il tempo di un battito di ciglia. Così il turista di passaggio tende a glissare. Fa due foto ai mucchi di sale e ai mulini a vento, si compra per ricordo un sacchetto di questo granuloso oro bianco e se ne riparte. Compiendo un peccato mortale. Perché l’isoletta, oltre ad essere un parco botanico spontaneo stupefacente, è anche un sito archeologico di grande fascino, con reperti magnificamente conservati e di grandissima levatura.

Mozia fu abitata in epoche preistoriche e fu rifondata dai Fenici otto secoli avanti Cristo. Prima come avamposto commerciale, poi come città vera e propria, nella quale trovarono posto ben 15mila abitanti. I quali, per andare sulla terraferma, avevano costruito anche due chilometri di strada a doppia corsia con tanto di guard-rail centrale. In pietra spessa, ovviamente.

Questa strada, dritta come una spada, ancora attraversa la laguna ma è sommersa da circa 40 centimetri d’acqua. Da terra non si vede, si intuisce. Ma fino a qualche anno fa era percorsa dai carretti che, trainati da asini e cavalli, trasportavano cesti di uve raccolte dalle vigne situate, anche queste da tempo immemorabile, nel cuore della piatta isola. Poi i carretti sono stati sostituiti da più lente ma affidabili barche dal fondo piatto perché alghe, pietre levigate e molluschi creavano scivolosi problemi alle ruote e agli zoccoli degli animali. I quali, non di rado, andavano fuori strada, finivano in acqua e rovinavano il carico. I bravi carrettieri, quelli capaci di tenere la rotta e non andare fuori strada, erano ben pagati.

Le vigne a Mozia ci sono ancora. In tutto dieci ettari, al 90% di uva grillo e al 10% di zibibbo e si dice che altri dieci saranno piantati presto. Nove dei dieci ettari per ora in produzione sono appannaggio della Fondazione Whitaker. L’ettaro rimanente invece è stato dato in conduzione, dalla Fondazione stessa, alle cantine Rallo, che appartengono dal 1996 alla famiglia Vesco. Rallo ha uffici e cantine a Marsala, in un baglio antico, e 72 ettari di terre da vino nella spettacolare campagna sabbiosa di Alcamo.

Una goccia nel mare
Le cantine Rallo fanno ottimi vini e fatturati. Un totale di 1.750.000 bottiglie per 4.350.000 euro nel 2006. Tra questi numeri, è il caso di dirlo, è davvero una goccia nel mare il nuovo vino che è stato prodotto dalle vigne dell’isola di Mozia. Il vino si chiama Aquamadre ed è fatto, in appena 3.500 pezzi, con uve grillo in purezza raccolte da pochi filari di piante ad alberello.

Piante rigogliose di foglie che fanno ombra ai grappoli ma basse e nodose, per raccogliere maggior calore dal terreno e, al tempo stesso, in grado di resistere ai salati colpi di frusta dello scirocco. Un vento che, se nervoso, è capace di distruggere ogni altra forma di allevamento e di vitigno. Inutile sottolineare che la coltivazione del vigneto è spontaneamente biologica, perché vento, sale e sole fanno da ammazzamalanni.

Da queste uve Andrea Vesco, 33 anni, laurea in filosofia, vignaiolo di lungo corso e direttore di Rallo, ha tratto un vino magico e semplice al tempo stesso. Dandogli un nome coraggioso, AquaMadre, appunto, proprio per sottolineare l’inestricabile legame con l’isola e con quell’acqua che la circonda e che dà profumi e sapori anche ai piccoli e solidi acini gialli di grillo. L’acqua, in sintesi, genitrice di vino e di sale.

Un ettaro prezioso
Come abbiamo detto, le uve grillo con cui viene fatto questo vino sono coltivate su un solo ettaro. Le singole piante ad alberello, che mediamente hanno 20 anni, sono circa quattromila e producono due grappoli ciascuna. Si innalzano a… 2 metri sul livello del mare e affondano le radici in una terra che ha uno scheletro grosso, cioé fatto di sassi e pietre. Una struttura portante sabbiosa e calcarea ma anche minerale, capace di assorbire il calore del sole per cederlo poi di notte.

Il risultato sono uve di grande acidità, dalla sapidità decisamente salina e perfettamente sane e asciutte. Il grillo che dà Acquamadre viene raccolto a metà ottobre, viaggia in barca fino alla costa e da qui, in pochi minuti di camion frigorifero, raggiunge le cantine di Marsala per essere trasformato in vino nella maniera più semplice possibile, proprio per non snaturare le caratteristiche originali dei grappoli.

Il vino color paglia, luminoso, regala subito un gran campionario di aromi mediterranei: rosmarino, alloro, timo, menta. Ai quali seguono sentori fruttati: ananas e pompelmo, con qualche sfumatura di pera. In bocca l’acidità e la salinità solleticano le ghiandole salivali e questo fa in modo che un sorso ne segua immediatamente un altro. Il gusto è fresco e dolce, con un grado alcolico contenuto, 12 gradi.

Questo rende il vino, che trascorre poco tempo in cantina, appena sette/otto mesi tra vasche e bottiglia, ideale come aperitivo ma anche buon compagno di formaggi leggeri, freschi. Nonché di dessert che prevedano dolci delicati, privi di pur invitanti strati cremosi. Noi l’abbiamo bevuto, lo confessiamo, un po’ a tutte le ore, da solo, in compagnia di piatti delicati, coi dolci siciliani che poi tanto secchi non erano. Un vino che se n’è andato via così, veloce e discreto, come il sale che si scioglie nell’acqua.

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Written by enotecaprocida

Domenica, 6 Luglio 2008 a 19:05

Una Risposta

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  1. Dolce e salato, quasi una filosofia, ed è bello che a parlarne non sia un colto filosofo, ma un semplice ottimo vino

    Val Tidone

    Mercoledì, 23 Settembre 2009 alle 15:18


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